La Psicologia Perinatale è una branca della psicologia che si occupa dei fenomeni e dei processi intorno al “momento nascita” sostenendo la triade madre-padre-bambino nel periodo che abbraccia il desiderio di avere un figlio, il concepimento, la gravidanza, il parto e i primissimi anni di vita del bambino con l’obiettivo di promuovere il benessere e la valorizzazione delle risorse di ogni membro del nucleo familiare.
Lo psicologo perinatale ha una formazione specifica sulla fisiologia e sulla clinica del periodo perinatale. L’obiettivo è quello di promuovere la salute dell’intero nucleo familiare, a partire dalla donna che si trova in un momento molto delicato della propria vita, in cui deve affrontare cambiamenti significativi, che la riguardano e che coinvolgono inevitabilmente anche il partner e, in alcuni casi, anche la famiglia d’origine.
Racconto di una paziente (si distingue il baby Blues dalla depressione post-partum)
Barbara è una donna di 36 anni che ha partorito da un mese e mezzo e ha deciso di recarsi in studio insieme al suo piccolo per un senso di ansia e tristezza che la affliggevano.
Il primo giorno che venne aveva chiaramente espresso il suo malessere, ossia quello di sentirsi una mamma non in grado di gestire il proprio bambino poiché aveva genitori anziani che non erano in grado di aiutarla, il marito era tutto il giorno fuori per lavoro e lei era assalita da una profonda solitudine e dal terrore di non farcela.
Queste paure, questo terrore, hanno una funzione biologica importante: quella di ridurre al minimo le probabilità di rischi, incidenti o di piccoli/grandi errori, e di portare buona parte dell’attenzione della neomamma sul costruire un ambiente accogliente e sicuro in cui accogliere il nuovo piccolo. Da psicologa, so bene che, se le neo-mamme sono un po’ tristi, questo è concesso loro per il breve periodo di due settimane e questo è dovuto al baby blues.
Con il termine Baby Blues si indica una condizione estrema di stanchezza della neomamma riconducibile non solo alla fatica del parto, ma soprattutto al repentino cambiamento ormonale. Il Baby blues esordisce nei primissimi giorni dopo il parto, solitamente intorno al quinto giorno, ma a volte anche prima. Tra i sintomi tipici troviamo: crisi di pianto apparentemente immotivate; difficoltà di concentrazione; alterazione del ciclo sonno-veglia; cambio d’umore repentino; ansia; tristezza; disturbi dell’alimentazione. E’ importante sapere che il Baby Blues nonostante sia sperimentato da moltissime neomamme, non è considerato patologico ed è una condizione temporanea che regredisce spontaneamente nell’arco di 7-14 giorni senza lasciare alcuna conseguenza per la mamma e per il bambino.
Infatti, se queste paure, che potremmo chiamare istinto di sopravvivenza, gradualmente perdono intensità si tratta di baby blues, ma ormai aveva partorito da un mese e mezzo e quindi si trattava di una vera e propria depressione post-partum. Durante un colloquio la paziente affermava di “sentirsi in colpa”, così, cercavo di capirne meglio facendomi spiegare del perchè questo senso di colpa, così, le dissi che non è il primo caso in cui una neomamma afferma di sentirsi in questo stato.
La depressione post partum comporta alla madre diversi sintomi riconducibili ad essa, quali:
- Profonda tristezza e sconforto per gran parte della giornata, non giustificati da eventi specifici rilevanti;
- Sensazione di non avere energia e di non essere in grado di accudire il bambino;
- Perdita di interesse nelle attività abituali e incapacità di trarre piacere da circostanze o situazioni di norma stimolanti e gradevoli;
- Forti oscillazioni del tono dell'umore e pianto immotivato, in più momenti della giornata;
- Desiderio di isolamento dai familiari, compreso il bambino stesso.
C’è da dire che: l'impatto emotivo della responsabilità di sviluppare un legame d’amore con il bambino è una relazione che non si basa sul linguaggio, ma su tutta un’altra tipologia di scambi: interazioni affettive, motorie e comportamentali. Quello che il linguaggio comune chiama “istinto materno”, ovvero saper ascoltare e leggere i segnali che il bambino manda, quindi sentire prima ancora di sapere e capire cosa fare e quando farlo.
Con l’arrivo della maternità è comune trovarsi a riesaminare il modo in cui creiamo i rapporti, iniziare a porsi molte domande su che tipo di persona si è veramente.
Per tutta questa serie di motivi, compresi forti variazioni ormonali (ad esempio il crollo dei valori di estrogeni e progesterone nel primo dopo parto) la paziente sperimentava una molteplicità di reazioni ed emozioni che, in una condizione di stanchezza fisica, le portano ad oscillare fra una grande gioia ad episodi di pianto, da un senso di appagamento alla confusione più totale, da una condizione di pienezza a vissuti di smarrimento. (La maggior parte delle donne riesce a contenere e gestire tali oscillazioni del tono dell’umore).
Considerando tutti i cambiamenti che stava affrontando, sentirsi scossa o con l’umore “ballerino” rientrava in un processo di adattamento fisiologico a ciò che le stava succedendo.
La presenza di sentimenti contrastanti ed emozioni ambivalenti possono caratterizzare questo percorso di adattamento alla maternità, pertanto è necessario avere un’apertura accogliente e non giudicante ed un ascolto attivo per esplorare la natura e i significati degli stessi e diminuire la probabilità che evolvano su un continuum di gravità.
(Il test che ho somministrato è stato l’EDPS)

